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Le caratteristiche tecniche dei catamarani di Coppa America 2013

Catamarani di Coppa America 2013
Catamarani di Coppa America 2013

La Coppa America 2013, disputatasi nella baia di San Francisco la scorsa estate, ci ha permesso di vedere all’opera i prodigiosi AC72 veri e propri giganti dell’acqua.

Queste superbe imbarcazioni, frutto del duro lavoro di sviluppo e messa a punto dei migliori tecnici del pianeta, sono letteralmente in grado di volare sulla superficie marina, superando ampiamente i settanta chilometri orari.

Le dimensioni dei catamarani utilizzati in questa competizione sono quasi doppie rispetto agli AC42, ammirati sia a Napoli che a Venezia durante la America’s Cup World Series.

L’altezza dell’albero principale è di circa quaranta metri, su cui si estende una superficie velica di oltre trecento mq. Il suo funzionamento ricorda le ali degli aeroplani, in quanto la parte poppiera della vela è regolabile come i “flap” presenti sui velivoli. La dimensione dell’imbarcazione è di ventidue metri in lunghezza per quattordici in larghezza, ed è predisposta per accogliere un equipaggio di undici persone. Il peso si aggira intorno alle sette tonnellate, anche se nonostante queste caratteristiche non supera il catamarano utilizzato nel 2010 e realizzato da “Alinghi”. Quest’ultimo aveva un albero di ben sessanta metri ed era lungo tre metri in più rispetto all’AC72.

La scelta di utilizzare un’ala rigida al posto della tradizionale vela è stata dettata dalle migliori prestazioni che questa può raggiungere in termini di velocità: si parla infatti di un’andatura quasi tre volte superiore alla velocità effettiva del vento. Questo grazie alle speciali “wings” in grado di aumentare la “deportanza”ovvero la quantità di vento apparente, che si traduce nello spingersi a velocità superiori.

La versatilità è un’altra caratteristica peculiare di queste imbarcazioni, che possono gareggiare sia con i venti deboli che con quelli più intensi.

Le grosse dimensioni dei catamarani utilizzati nella competizione americana hanno messo in allerta il direttore Ian Murray sin dalle prime uscite nel corso della Louis Vuitton Cup. Questi ha precauzionalmente abbassato la fascia di tolleranza del vento, necessari a far si che la regata possa avere inizio, oltre ad aver aggiunto nuove misure in termini di sicurezza, da far adottare obbligatoriamente all’equipaggio.

Il punto debole di questi eccezionali esemplari risiede nella scarsa sicurezza: la possibilità di raggiungere velocità così elevate espone i membri dei team a rischi non indifferenti, come testimonia lo sciagurato incidente mortale occorso ad Andrew Simpson, del team Artemis Racing, nella prima metà del maggio scorso.
Ulteriori perplessità vengono sollevate dai costi realizzativi e gestionali, che hanno ampiamente superato le previsioni iniziali. Per fare un esempio, basta pensare alle spese relative alle operazioni di ricovero dell’albero maestro, che va sollevato e spostato quotidianamente prima di essere riposto nell’apposito hangar, per poi essere riutilizzato il giorno successivo in regata.

Nell’ultima competizione, che ha visto trionfare clamorosamente il team americano Oracle a scapito dell’imbarcazione neozelandese, sono state raggiunte velocità vicine ai 42 nodi, con una media che si è aggirata attorno ai 21.

Non di rado queste “Formula1” del mare si sono sollevate in modo imponente sugli “hydrofoils” posti sotto gli scafi, dando proprio l’impressione di volare a pelo d’acqua. Nemmeno i fratelli maggiori menzionati sopra, utilizzati nell’edizione precedente dell’America’s Cup, sono riusciti ad eguagliare le strabilianti prestazioni degli AC72.

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